Se la scuola debba fornire agli studenti ciò che a loro serve o anche ciò che è inutile ma bello è annosa questione. Curiosamente, la grande diatriba attraversa gli opposti campi politici. Che un futuro operaio (predestinato dal combinato disposto di famiglia umile e percorso scolastico in salita, in un Paese in cui l’ascensore sociale è decisamente sempre fuori uso) debba studiare solo materie indispensabili al lavoro delle sue braccia è di solito tema di invettive reazionarie: pensiamo alla polemica ricorrente di chi da destra protesta con l’eccesso di studio per chi è destinato alla manovalanza e vorrebbe togliere dal la formazione professionale materie come italiano, storia, matematica, limitando la preparazione dei ragazzi all’uso dello shampoo o delle frese.
Si oppone a volte, da sinistra, la citazione di Gramsci che esorta a insegnare il latino a tutti, come palestra di studio: “In questo periodo lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se istruttivo, cioè ricco di nozioni concrete”. Inoltre, il latino serve, per Gramsci, a forgiare la capacità di studio anche nella dimensione faticosa dell’applicazione fisica e mentale.
Però, poi, se da destra un ministro dell’Istruzione propone di inserire il latino, seppure facoltativo, alle medie, la decisione viene attribuita polemicamente a una visione regressiva e conservatrice. Probabilmente la sua visione è realmente nostalgica, ma davvero l’osservazione è pertinente alla questione? Davvero inserire nella scuola media una lingua morta che a volte, in bocca a insegnanti in gamba, sembra vitale, è classista?
Chi si avvia a impiegarsi in lavori di basso profilo ha diritto di ricevere dalla scuola anche stimoli culturali?
Gli sono necessari solo apprendimenti addestrativi utili a essere impiegati nel lavoro e nelle relazioni sociali o anche contenuti che sono belli da sapere e da pensare? Alzare l’asticella è respingente/elitario e facilitare/banalizzare i percorsi è democratico? Forse queste alternative non centrano il problema. Pensiamo alla matematica: è utile, utilissima, eppure la dimensione della curiosità e del libero gioco intellettuale ne motiva origini e sviluppo in modo preponderante rispetto alla finalizzazione operativa. Quando viene insegnata in modo addestrativo ed esecutivo, finisce per non essere affascinante e in definitiva neppure capita e utilizzabile. Probabilmente la differenza fra un latino punitivo e un latino promozionale non sta nell’estrazione sociale di chi lo studia ma nella bravura di chi lo insegna.